La tecnologia, le scienze e il sapere da soli non bastano per salvare il pianeta. È entrando in connessione con le ragioni profonde del nostro esistere che possiamo cambiare paradigma e co-disegnare “prototipi” di futuro a beneficio di tutti. 

Oggi sappiamo che il nostro pianeta ha raggiunto uno stato critico, forse un punto di non ritorno: poche decine di anni sono state sufficienti per mettere in serio pericolo la biodiversità, la vita sulla Terra, quella di tanti esseri viventi, compresa la specie umana. Allo stesso tempo, per far fronte alle problematiche che ormai hanno raggiunto un elevato grado di complessità, disponiamo di tecnologie sempre più avanzate, del contributo delle scienze e del sapere.

I rappresentanti politici del mondo hanno riconosciuto che occorre un impegno globale e, nel 2015, hanno dato vita all’Agenda 2030, con i 17 “SDG” (Sustainable Development Goals), obiettivi per uno sviluppo sostenibile. È, insomma, in corso uno sforzo planetario per affrontare seriamente il tema della sostenibilità a 360 gradi, che tocca l’ambiente, la società e la realizzazione della persona nel rispetto della propria dignità. 

C’è una domanda chiave, a questo punto, che ha senso porci: se abbiamo tutto il necessario per risolvere il problema, perché non lo facciamo, cosa ci manca? Esiste un livello diverso su cui è possibile agire? Forse il contributo prezioso della nostra parte razionale può non bastare per affrontare efficacemente la realtà glocale e interconnessa (come anche il Covid-19 ci ha dimostrato) in cui viviamo oggi. Forse può aiutare adottare una prospettiva diversa, che tocca la nostra consapevolezza, il sentire, la dimensione spirituale, intesa come capacità di entrare in connessione con le ragioni profonde del nostro esistere su questo pianeta. Abbiamo la possibilità di entrare in sintonia con ciò che sta succedendo e di farlo concedendoci di esplorare più in profondità il nostro contesto, sia quello esterno, sia, soprattutto, quello interiore.

È un processo di “discesa e risalita”, a forma di U, come direbbe Otto Scharmer del MIT-Massachusetts Institute of Technology, che mette in discussione le convinzioni che ci hanno portato fin qui per trovare nuovi assunti e nuovi comportamenti.

Il percorso è alla nostra portata, ma implica una scelta, un intento, un impegno. Paradossalmente non viene naturale passare dalla dimensione del sentire e della presenza, ma ci sono attività che aiutano a farlo, come la Mindfulness o le pratiche di Embodiment. Così si arriva ad attingere alle risorse degli individui e alla naturale capacità di relazionarsi, collaborare, co-creare, e generare “intelligenza collettiva”. Questo può consentirci di vedere con chiarezza.

Se prendiamo atto di dove siamo, ci accorgiamo che possiamo provare strade nuove, lasciando andare ciò che non è essenziale, per aprirci a un futuro che vuole emergere. Possiamo “prototipare” un futuro sostenibile perché pensato guardando dal domani e non dal passato. È come se ci venisse chiesto di lasciar emergere la parte migliore di noi per raggiungere un più alto livello di consapevolezza, un grado più elevato di eccellenza, profondamente umana.

 

Non si tratta di risolvere un problema, e non è attraverso un pensiero lineare che studia problemi e individua subito soluzioni, seppur geniali, che attraverseremo questa fase. Possiamo farlo aprendoci a modalità nuove di connessione con noi stessi, con gli altri e con gli eco-sistemi sociali di cui siamo parte: corpo, mente, cuore, volontà. Per trovare soluzioni generate dal sistema, come frutti gustosi che crescono su un terreno che prima abbiamo reso fertile. Un nuovo modo di essere e di agire da cui si sviluppano soluzioni innovative.

La qualità del “come” facciamo le cose ha un enorme impatto sul “cosa” verrà prodotto.

Ecco perché, oggi, si stanno facendo strada modalità di lavoro mai sperimentate prima, una serie di pratiche e di approcci che cambiano radicalmente il nostro modo di pensare e di comportarci. A tutti i livelli: dall’io al noi, dall’organizzazione al mondo. Sta nascendo un tipo di organizzazione che sarà modello per il futuro; che mette la sostenibilità al centro del proprio proposito evolutivo; che sa quale impatto positivo vuole portare nel mondo e che si riflette nel proprio modello di business; che adotta strumenti per misurare e rendicontare il beneficio comune; che sviluppa potenzialità e talenti dei collaboratori in quanto persone; che adotta un approccio agile, sia nello sviluppo dei prodotti, sia nel modello organizzativo, orientato all’autonomia.

È attraverso questa coerenza tra essere, sentire e agire che prenderà vita una nuova forma di sviluppo orientato alla sostenibilità come beneficio comune.

Autore: Monica Margoni, facilitatrice, coach, trainer e consulente.

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